La stessa casa vista da chi la cerca, da chi la vive…e da chi la valorizza (1/3)

NON MI CONVINCE”: CRONACA (PIUTTOSTO FEDELE) DI UNA VISITA IMMOBILIARE

Ho deciso di cambiare casa.
E come ogni persona ragionevole, ho iniziato con un’idea molto chiara di quello che volevo. O almeno così credevo.

Nella mia testa la casa ideale esiste già: è nella zona giusta, ha gli spazi giusti, la luce giusta. Non è enorme, ma nemmeno sacrificata. Ha due bagni – perché nella vita adulta due bagni non sono un lusso, sono una necessità – e possibilmente un balcone o un terrazzo dove immaginarmi col caffè al mattino o una cena tra amici, anche se poi so benissimo che lo userò tre volte l’anno.

È una casa pronta, sistemata, senza lavori. Perché ristrutturare “non è un problema” solo finché non devi davvero farlo.

Con questa immagine piuttosto definita in testa apro i portali immobiliari. Inserisco i filtri

con attenzione quasi maniacale, poi li tolgo uno alla volta, con una certa rassegnazione. Aumento leggermente il budget “solo per vedere cosa c’è”. Scorro annunci su Immobiliare.it, Idealista, Casa.it, Subito… sempre le stesse case, sempre le stesse foto, sempre la stessa sensazione: entusiasmo iniziale seguito da un lungo sospiro.

Alcuni annunci li scarto immediatamente. Altri li apro per curiosità. Altri ancora li salvo, non perché mi piacciano davvero, ma perché sembrano… accettabili. Diciamo che mi sembrano il classico “meno peggio”.

Le foto aiutano, certo. Ma non troppo.
So già che quel soggiorno così arioso è stato fotografato con un grandangolo generoso, e che dal vivo il divano dovrà scegliere se stare comodo o lasciare passare le persone. So anche che la camera matrimoniale “spaziosa” probabilmente lo è solo se il letto è singolo. Ma c’è una luce interessante, un terrazzo che promette bene, una piantina che mi fa pensare: forse dal vivo è meglio.

E così fisso una visita. Con aspettative molto basse, che è l’unico modo sano di affrontare una ricerca immobiliare.

Il giorno dell’appuntamento piove. Dettaglio non trascurabile.
Appena entro capisco che la casa è vissuta. Molto. Lo sgabuzzino, che sulla carta dovrebbe essere un prezioso spazio di servizio, è occupato dai borsoni da calcio dei figli. Così ingombranti che non riesco nemmeno ad aprire bene la porta per capire quanto sia grande davvero. Il bagno è in penombra: la luce “si è fulminata proprio stamattina”, mi dicono. Peccato, perché così non riesco a capire se quegli aloni siano solo ombre o raccontino una storia meno rassicurante.

Nell’aria c’è un odore strano. Umido? Muffa? Tessuti bagnati? Forse sono solo le magliette da calcio abbandonate nella doccia, mi ripeto con ottimismo. Il lavello è pieno di tazze della colazione, il tavolo è occupato da carte, oggetti, cose. Tante cose. Troppe. E inizio a chiedermi se il problema sia la casa o la mancanza di spazio per contenerle tutte.

Continuo il giro. L’appartamento non è brutto, anzi. È nuovo, tenuto bene, la zona è fantastica e il prezzo – devo ammetterlo – è molto interessante. Però è più piccolo di come lo avevo immaginato. O forse non riesco a capirne le dimensioni reali, distratto dal disordine, dalla luce sbagliata, dalla pioggia che batte sui vetri.

Mi chiedo se ci stia una lavastoviglie.
Mi chiedo dove metterei le mie cose.
Mi chiedo se quel terrazzo, che sulla carta è uno dei punti di forza, potrebbe mai diventare davvero uno spazio da vivere. Per ora è sporco, trascurato, più simile a un deposito che a un luogo dove immaginare una cena estiva con gli amici.

Esco dalla visita con una sensazione strana.
Razionalmente so che la casa ha molte carte in regola.
Emotivamente, però, qualcosa non scatta.

E così dico la frase più temuta da chi vende casa, e probabilmente la più pronunciata da chi la cerca:

“Non mi convince.”

Non so spiegare bene perché.
Non è una questione di metri quadri, né di prezzo, né di zona.
È che non riesco a vedermi lì dentro. Non riesco a immaginare quella casa come casa mia.

E forse il problema non è l’immobile in sé.
Forse è solo che, in mezzo al disordine, alla luce sbagliata e agli spazi che non si raccontano, il potenziale si è perso per strada.

Ma questo, spesso, lo capisco solo dopo.
Quando è ormai troppo tardi.